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Negli ultimi anni la filiera delle carni รจ sempre piรน spesso travolta da una comunicazione che non informa, ma allarma. Una comunicazione che utilizza titoli forti, messaggi semplificati e leve emotive potenti per catturare lโ€™attenzione del pubblico, soprattutto sui social network.

Il problema non รจ il dibattito. รˆ giusto interrogarsi su allevamenti, salute animale, sicurezza sanitaria e sostenibilitร . Il problema nasce quando il rigore scientifico lascia spazio al sensazionalismo e quando ipotesi teoriche vengono presentate come rischi imminenti.

Dopo il trauma del Covid-19, la parola โ€œcoronavirusโ€ รจ diventata una miccia emotiva. Basta associarla a un allevamento per evocare paura, insicurezza, panico. Ed รจ proprio questa leva che viene talvolta utilizzata nei contenuti social, dove il titolo โ€“ spesso messo in grande evidenza โ€“ diventa il messaggio principale, indipendentemente dalla complessitร  dei fatti.

รˆ il caso di un recente video social di Giulia Innocenzi, accompagnato da un titolo che suggerisce la possibilitร  che nuovi coronavirus possano svilupparsi negli allevamenti di suini e rappresentare un pericolo per lโ€™uomo. Il nodo non รจ la libertร  di espressione, nรฉ lโ€™esistenza di studi scientifici che analizzano scenari di rischio. Il nodo รจ il modo in cui questi temi vengono raccontati.

Parlare di possibilitร  non significa dimostrare una probabilitร . E una probabilitร  non รจ una certezza. Questa distinzione, fondamentale nel metodo scientifico, viene spesso cancellata nel linguaggio social, dove la semplificazione diventa arma e la paura diventa contenuto.

La ricerca scientifica lavora sulla prevenzione: studia, ipotizza, segnala criticitร  per migliorare i sistemi di controllo e le misure di biosicurezza. Non certifica allarmi, non annuncia pandemie. Trasformare uno studio di valutazione del rischio in un messaggio allarmistico significa snaturare la scienza e confondere lโ€™opinione pubblica.

Chi lavora nella filiera lo sa bene: gli allevamenti italiani ed europei sono sottoposti a controlli veterinari continui, protocolli rigorosi e sistemi di tracciabilitร  avanzati. Raccontarli come luoghi indistinti e pericolosi significa ignorare la realtร  dei fatti e delegittimare un intero comparto.

Il vero problema, oggi, รจ che la filiera delle carni non ha ancora una voce pubblica sufficientemente forte, competente e autorevole per contrastare questo tipo di narrazioni. Un vuoto comunicativo che viene riempito da messaggi emotivi, parziali, spesso ideologici. E a pagarne il prezzo sono i consumatori, disorientati, e gli operatori, messi costantemente sotto accusa.

La filiera non chiede silenzio. Chiede responsabilitร . Perchรฉ parlare di salute pubblica significa maneggiare materiale sensibile, soprattutto in unโ€™epoca in cui le ferite del Covid sono ancora aperte. Usare quella paura per costruire titoli e video che fanno scalpore puรฒ portare visualizzazioni, ma non porta conoscenza.

Oggi piรน che mai, difendere la filiera delle carni significa difendere la veritร  dei fatti. E la veritร  ha bisogno di competenza, equilibrio e coraggio. Non di titoloni.

Antonino โ€œGinoโ€ Campanella

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