Dall’inchiesta allo schieramento: quando la carne diventa un imputato ideologico

Negli ultimi anni il mondo delle carni è tornato ciclicamente al centro di inchieste televisive di forte impatto emotivo. Tra queste, l’inchiesta trasmessa da Report su Rai 3, firmata da Giulia Innocenzi, rappresenta un punto di svolta non solo per i contenuti affrontati, ma soprattutto per il metodo narrativo adottato.

Il cosiddetto caso Bervini viene presentato come uno scandalo esemplare, capace di sintetizzare e rappresentare un intero comparto produttivo. Tuttavia, per chi conosce davvero la filiera delle carni, il problema non è l’esistenza di criticità – che nessun operatore serio nega – ma il modo in cui un singolo episodio viene trasformato in paradigma universale.

Nel racconto televisivo, l’eccezione diventa la regola, il caso specifico si trasforma in sistema, e la complessità tecnica viene compressa in una narrazione morale. Così facendo, l’inchiesta perde progressivamente la funzione di strumento di comprensione e assume quella di atto accusatorio.

Chi lavora nel settore sa che la filiera delle carni è tra le più regolamentate in Europa. Normative sanitarie stringenti, controlli veterinari quotidiani, tracciabilità obbligatoria e responsabilità giuridiche precise costituiscono l’ossatura del comparto. Tutto questo, però, resta sullo sfondo o viene completamente omesso nel racconto mediatico.

Questo approccio narrativo trova la sua piena maturazione nel documentario Food for Profit. Qui l’inchiesta non si limita più a segnalare criticità, ma costruisce una tesi complessiva: il settore delle carni come sistema intrinsecamente corrotto, sostenuto da fondi pubblici e lobby politiche.

Food for Profit non distingue tra allevamento intensivo, estensivo, filiere certificate, produzioni DOP o IGP. Non dà spazio ai professionisti del settore, ai veterinari, agli esperti di filiera. Non analizza i miglioramenti già avvenuti negli ultimi anni in termini di benessere animale, sostenibilità e sicurezza alimentare. La carne non viene studiata: viene processata.

In questo contesto diventa rilevante il punto di vista dell’autrice. Giulia Innocenzi ha più volte dichiarato il proprio orientamento vegano, una scelta personale legittima. Tuttavia, quando un’inchiesta si presenta come oggettiva e neutrale, ma nasce da una visione etica già definita, il confine tra informazione e militanza si fa sottile.

Il rischio è quello di trasformare il giornalismo d’inchiesta in una narrazione ideologica, dove la conclusione è già scritta e i fatti servono solo a confermarla. Non si cercano soluzioni, ma colpevoli. Non si apre un dialogo, ma si costruisce un processo mediatico.

Il settore delle carni non ha bisogno di essere difeso a prescindere. Ha bisogno di confronto, di dati, di analisi serie e di informazione completa. Demonizzare un intero comparto produttivo significa ignorare il lavoro quotidiano di migliaia di professionisti che operano nel rispetto delle regole e investono in qualità e sicurezza.

Chi ama davvero il cibo, la filiera e il lavoro che c’è dietro, sa che il miglioramento passa dalla competenza, non dalla semplificazione ideologica.


Antonino Gino Campanella

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto