La nuova agricoltura siciliana: tra tropici, sfide climatiche e innovazione necessaria

La Sicilia, terra da sempre sinonimo del Mediterraneo, custode di agrumeti rigogliosi e vigneti rinomati a livello mondiale, sta vivendo una metamorfosi agricola profonda e inattesa. Negli ultimi anni, il paesaggio rurale dell’isola, un mosaico di coltivazioni storicamente legate al suo clima mite, ha iniziato a mostrare nuove e sorprendenti sfumature, quelle dei tropici. Manghi, avocado e papaye, frutti esotici solitamente associati a climi equatoriali, stanno prendendo il posto degli aranci, dei limoni e dell’uva in diverse aree, narrando una storia di adattamento forzato e di ingegnosità di fronte alle presunzioni climatiche.

Questo cambiamento epocale è stato documentato in un approfondito articolo di Giacomo Di Girolamo, giornalista e direttore di RMC 101, pubblicato nel recente numero della rivista-libro The Passenger, interamente dedicata alla Sicilia.

Fenomeni meteorologici sempre più estremi: tempeste di scirocco, periodi di siccità prolungata alternati a alluvioni e un’umidità atmosferica alle stelle e temperature torride.

Le conseguenze per le colture tradizionali sono state devastanti  dai  vitigni, agli agrumi il  risultato è stato  una vera e propria calamità economica che si aggiunge a una già precaria situazione di mercato derivanti dai costi energetici sempre più alti.


Di fronte a tali avversità, la necessità di reinventarsi è diventata imperativa, trasformando il “fa da te” in “necessità di virtù”. Se il clima tende sempre più verso un’impronta tropicale, perché non seguire questa tendenza nelle coltivazioni? È così che, in diverse zone, agrumi e viti hanno iniziato a cedere il passo ad alberi di avocado, mango, banani e persino a piantagioni di tabacco e caffè.

A Balestrate, per esempio, la coltivazione del mango ha visto un notevole sviluppo: ben 15 produttori operano su dieci ettari di terreno dedicati.

Da uno studio di coldiretti risulta che in Italia 1500 ettari sono dedicati alla frutta esotica  la maggior parte nelle regioni meridionali, la sicilia ne è leader con 500 ettari ,per un valore di 650 milioni di euro .

Fra le tante eccellenze ricordiamo la Cupitur in provincia di Messina a Caronia  specializzata nella produzione  lychee, longan, chicozapote, carambola oltre ai già conosciuti magi e avocadi ma anche di piante tropicali e sub tropicali.

Esportatrice sia per il mercato nazionale che europeo.

A Terrasini si trova l’Orto di Nonno Nino prima agrifarmacia tropicale Italiana.

L’Orto di Rosolino nella sua offerta di prodotti tropicali si è specializzata nella produzione del caffè. .

Fino a pochi anni fa la frutta tropicale veniva acquistata esclusivamente esclusivamente per le vacanze Natalizie. Oggi è invece diventata di consumo quotidiano tanto chi i volumi di vendita sono cresciuti del 30% .

Un boom alimentato dall’inflazione recente di pokerie, ristoranti di sushi e pasticcerie che guarniscono i dolci utilizzano i frutti tropicali.

 La “tropicalizzazione” agricola non è solo una risposta a un clima che cambia, ma anche un’opportunità economica, seppur affrontata con le difficoltà che ogni novità comporta. La Sicilia si sta riscoprendo fertile non solo per i frutti della tradizione mediterranea, ma anche per quelli che sembravano appartenere a un altro mondo, in un complesso intreccio di sfide climatiche, adattamento strategico e la resilienza secolare dei suoi agricoltori.

David Filippo Anastasi

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