Pantelleria dove la pietra incontra l’acqua e il silenzio si fa luce

A Pantelleria, anche un fine settimana basta per spezzare il ritmo e ricaricarsi. Due giorni sono un respiro profondo tra lava e mare, tra il blu che abbraccia le scogliere e la terra che trattiene il calore del vulcano. 

Comincia dal Lago Specchio di Venere, dove le acque termali accarezzano il corpo e la leggenda narra che la dea si specchiasse prima di incontrare Bacco. Da qui, il sentiero del fine settimana ci conduce a Punta Spadillo, con il suo faro solitario e il Laghetto delle Ondine, un rifugio d’acqua dolce che resiste anche alle mareggiate. 

Scivola poi verso l’Arco dell’Elefante, dove la lava ha preso la forma di un gigante accovacciato sul mare. Se si ha tempo, consigliamo la salita fino alla Balata dei Turchi, e lascia che la fatica della strada sterrata venga spazzata via dalla bellezza che esplode davanti agli occhi. 

Chiudiamo la giornata con un tramonto sulla Montagna Grande, dove l’isola si lascia osservare tutta intera, come fosse un pensiero.

Il gusto della terra che arde e fiorisce

A tavola, Pantelleria è memoria, eredità e resistenza. Ogni piatto racconta il legame profondo tra la persona e l’isola che non fa sconti, ma che ricompensa chi la cura. Il cous cous pantesco, cotto con pazienza e insaporito con il pescato del giorno o le verdure di stagione, ha il sapore delle cose fatte bene. I capperi IGP, piccoli e intensi, racchiudono in un boccone la forza del sole e della pietra. 

C’è poi il pane cunzatu, umile e fragrante, le lenticchie scure e aromatiche, e il nettare dorato del Passito di Zibibbo, da sorseggiare lentamente, come si fa con i pensieri che tornano. Per chiudere, il Bacio Pantesco: due cialde croccanti che racchiudono una crema di ricotta profumata. Un dolce che è anche dichiarazione d’amore.

Dove il mare si ascolta anche a tavola

Se si vuole assaporare tutto questo in un luogo che conserva l’anima vera dell’isola, siediti a tavola al “Principe e il Pirata”, ristorante discreto e sincero, affacciato sul mare della zona di Suvaki. Non ci sono effetti speciali, ma piatti che parlano la lingua del luogo: ravioli di cernia con pesto di mandorle, tonno scottato al profumo di macchia, conserve fatte in casa e antipasti che sembrano una tavolozza di sapori antichi

Dormire nel respiro della lava e svegliarsi tra i fichi d’India

Pantelleria si esplora con lentezza e per farlo bene servono scarpe comode, curiosità e, soprattutto, un mezzo proprio: l’isola non si concede facilmente a chi ha fretta. Dormire in un dammuso tradizionale, con i suoi muri spessi e il tetto a cupola, è come abitare la storia di questa terra che ha imparato a proteggersi dal vento e dal sole. 

Le giornate migliori per godersi l’isola sono quelle di maggio o di settembre, quando la luce è più morbida e i profumi della macchia riempiono l’aria. È il momento giusto per sentirsi parte del paesaggio, e non solo ospiti.

Portare a casa il sapore del vento e della pietra

Quando arriva il momento di partire, Pantelleria non lascia andare del tutto. Resta addosso nei capperi sotto sale, piccoli scrigni di sapore che racchiudono l’isola. Oppure in un vasetto di paté, un flacone di olio essenziale al rosmarino selvatico, o una ceramica decorata a mano, fatta con la lava e la pazienza. 

E poi c’è il Passito, da aprire nei giorni in cui serve ricordare il calore del sole e l’odore del mare. Anche se breve, un weekend a Pantelleria è un ritorno alle origini: della terra, del gusto e forse anche un po’ di sé stessi.

A cura di Elina Sindoni

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