Da alcuni giorni la dorsale del Paese vive una stagione di proteste continue, con trattori fermi sulle strade, campi lasciati incolti e camion bloccati nei nodi logistici. Chi guarda oltre la cronaca capisce che il malessere ha radici concrete. Il mondo agricolo è schiacciato tra costi dell’energia e del carburante che salgono più in fretta rispetto al compenso riconosciuti ai produttori.
Il raccolto segue il calendario della natura, non quello dei mercati. Quando il margine scompare, il problema smette di essere di categoria per diventare nazionale.
La logistica è il secondo anello debole ,il pane, il latte e i fitofarmaci viaggiano su gommato.
Basta un blocco prolungato su due o tre snodi per interrompere le consegne e, in pochi giorni, svuotare i banchi.
Lo stretto di Hormuz, le rotte del Mar Rosso colpite dagli attacchi degli Houthi, la guerra in Ucraina e le tensioni con la Russia sono punti di crisi reali, sono l’essenza della geopolitica di un risiko globale.
Un Paese dipendente dalle fonti fossili importate subisce veri tsunami che si ripercuotono nei carrelli delle famiglie e sui costi delle imprese.
Qui sta la questione di fondo,l’Italia ha rinunciato al nucleare e oggi paga una dipendenza energetica che limita la Sua autonomia.
Diversificare gli approvvigionamenti, accelerare sulle rinnovabili con autorizzazioni più rapide, rafforzare le reti di trasmissione e valutare le tecnologie di nuova generazione, aprire al nucleare di quarta generazione, tutto questo richiede tempo.
Il Mezzogiorno con la sua agricoltura intensiva e aree interne, carenti d’infrastrutture, sono totalmente dipendenti dal gommato, qui la crisi si fa drammatica.
I rincari da inizio guerra in Iran hanno determinato un +43% per il gasolio da trasporto e +69% per il gasolio agricolo.
La Forbice dei Prezzi: A fronte di crolli drastici dei prezzi alla produzione (es. -50% per l’olio d’oliva, -30% per le susine, oltre a contrazioni per latte, uva, albicocche, pere e mele), i consumatori continuano a subire rincari nei supermercati (+5,5% sui freschi). Questo evidenzia una filiera opaca e sbilanciata a favore della grande distribuzione.
La Tempesta Perfetta: Gli agricoltori affrontano una combinazione di fattori critici:
Costi energetici e materie prime: il caro gasolio e l’aumento dei mangimi (fondamentali per il settore lattiero-caseario).
Cambiamenti climatici: siccità e fenomeni alluvionali estremi che devastano i raccolti.
Burocrazia e vincoli UE: normative ambientali stringenti non accompagnate da adeguate risorse o da un supporto per la transizione.
Concorrenza sleale: Viene denunciato il “dumping sociale e ambientale” legato all’importazione di prodotti extra-UE che non rispettano gli stessi rigidi standard sanitari, e ambientali imposti ai produttori italiani ed europei.
Le Richieste dalle varie organizzazione di categoria al Governo e all’Europa sono urgenti:
Rifinanziamento del credito d’imposta sul gasolio agricolo.
Semplificazione burocratica e accesso facilitato alle misure di Agricoltura 4.0 anche per le piccole aziende.
Attivazione tempestiva di un fondo di crisi e moratorie sui debiti per garantire la continuità aziendale.
L’agricoltura deve essere considerata, non solo, come un settore economico, ma come il pilastro della sovranità alimentare, della tutela del territorio, della dieta mediterranea e dell’identità del Paese.
In Sicilia quel grido diviene un allarme di sopravvivenza per l’intero tessuto sociale. L’agricoltura siciliana sconta una doppia penalizzazione: oltre al crollo dei prezzi, le imprese isolane pagano il tributo dell’insularità. Portare una cassetta di agrumi o un litro d’olio al Nord Italia costa fino al triplo rispetto al tragitto di un produttore continentale, a causa dell’esplosione delle tariffe di traghettamento, dei carburanti con una rete logistica interna al limite del collasso.
L’economia della Sicilia non è quella del Centro-Nord: non ha un tessuto manifatturiero e industriale pronto ad riassorbire la manodopera che fuoriesce dalla terra. Qui, quando un’azienda agricola chiude, non viene meno solo un fatturato, ma muore l’unico presidio economico e demografico dell’entroterra.
Senza una continuità territoriale reale anche per il cibo, la Sicilia rimarrà condannata a essere un mercato di consumo per prodotti esteri a basso costo, mentre il suo patrimonio agricolo viene svenduto ed eroso.
David Filippo Anastasi
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