Sabato scorso si è chiusa la mostra fotografica “Libera nos Domina” di Giuseppe Contarini, della quale abbiamo già parlato in questo articolo. Sarebbe corretto adesso, per l’artista e il suo carattere un po’ ermetico, tentare di scovare il significato di essa? Tracciare un trait d’union e, dunque, consegnarla – come tante altre – all’anonimato degli archivi? Il lavoro di Giuseppe Contarini andrebbe letto in un’ottica di volontà di prosieguo della sua opera e non di caustica decisione nell’isolarsi con in pugno il significato di quanto ha compiuto con i suoi scatti.
È necessario puntare, secondo Contarini, alla “modernità di una visione”, evitando accuratamente di soffermarsi lungo gli acquitrini del passato. Un esempio chiarirà quanto scritto: il suo maestro indiretto Helmut Newton, principe della fotografia mondiale, ha coniato uno stile, lo ha reso suo e subito dopo si è giunti all’imitazione. Tutti coloro che oggi si ritengono fotografi, in un modo o nell’altro hanno immerso sé stessi nella palude degli stili passati, risultandone anch’essi stantii. “È necessario creare uno stile, perché se si seguissero dei riferimenti estetici… ciò ti snaturerebbe”.
Oggi lo stile non interessa più. È diventato così raro che non interessa più, poiché al centro vengono poste le storie che, in un modo o nell’altro, risultano essere tutte uguali. Come disse Louis-Ferdinand Céline: “Ho smesso di essere uno scrittore, nevvero, per diventare un cronista. Ho messo la mia pelle in gioco, perché, non dimenticate una cosa, la grande ispiratrice è la morte. Se non mettete la vostra pelle sul tavolo, non avete nulla. Uno deve pagare!”. E Giuseppe Contarini con la sua ultima mostra ha pagato il dazio dello stile e ha messo lungo il pavimento – non sul tavolo – sé stesso.
Annullandosi, lasciando ad una I.A. il compito di terminare il suo lavoro, ecco che principia un nuovo stile. Il suo. 