La Malvasia secca di Stromboli: viaggio nell’eccellenza fra sbuffi e tremori

Dalla prua del nostro veliero emerge il profilo di  una cattedrale di roccia e cenere, una scultura in continua metamorfosi che domina l’orizzonte delle Eolie. Navigando a bordo del veliero Tirrenico, l’avvicinamento a quest’isola, la più settentrionale dell’arcipelago, non è mai un semplice transito geografico, ma un ingresso in una  terra  arcaica. Il vulcano, irrequieto, svetta a 926 metri di altitudine, che accompagna i visitatori con i suoi sbuffi costanti.

L’isola si presenta come un mosaico di insediamenti:  Scari, con il suo approdo principale, Ficogrande, Piscità e il remoto borgo di Ginostra, posizionato sul versante sud-occidentale.     

La storia di Stromboli è vasta quanto il Mediterraneo, con insediamenti umani che risalgono al Neolitico Superiore.

Come afferma,Il geologo Mario Tozzi, ciò che vediamo è il riflesso di una collisione titanica tra le placche africana ed europea, uno scontro che dura da milioni di anni e che continua a plasmare il fondale del Tirreno meridionale,di cui l’isola ne è la sentinella.  

La storia enologa di Stromboli affonda le Sue origini all’alba del Novecento, Stromboli respirava  di malvasia e capperi che costituiva l’essenza stessa dell’isola. Tuttavia, il destino impose una dura prova negli anni Venti: un male oscuro distrusse le vigne, costringendo molte braccia operose all’esilio in Australia. In questo scenario, le figure di Salvatore Cusolito ed Eugenia Tesoriero emergono come testimoni. Salvatore,dall’australia , scelse il ritorno, un atto d’amore supremo verso le proprie radici. Con mani esperte, reimpiantò i vigneti, segno di una identità mai persa.   

In questo contesto di instabilità, nasce un progetto che ha dell’audace: la produzione di Malvasia. Il vignaiolo Nino Caravaglio e il giornalista Andrea Montanari, attraverso la loro società Vigne di Mare, hanno sfidato non solo la logistica di un territorio impervio, ma anche la forza dei venti che sferzano costantemente le pendici vulcaniche.

Il racconto di Caravaglio trasmette il peso di questa impresa: “Abbiamo dovuto affrontare mille difficoltà, dall’acquisto del terreno alla preparazione del campo prima dell’impianto e poi alle continue cure di un vigneto esposto ai forti venti.
Il nettere prodotto è una Malvasia secca, priva di surmaturazione delle uve, cercando di catturare l’essenza pura del suolo strombolano. L’obiettivo dei due promotori non è puramente commerciale, ma culturale: credono fermamente che il terroir di Stromboli, con la sua mineralità vulcanica, debba tornare a essere una presenza viva nell’economia dell’isola, un elemento di identità che si affianca al fascino primordiale del vulcano. Vigne di Mare promette di essere più di una semplice malvasia; ma un sorso che porti in sé il respiro di una terra che, nonostante le sue contraddizioni geologiche, non smette mai di essere seducente, fertile e profondamente vivali viaggio

David Filippo Anastasi

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