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Le “Mangiasarde” sull’Etna: il paesaggio nascosto dove l’acqua disegna la lava

Le “Mangiasarde” sull’Etna il paesaggio nascosto dove l’acqua disegna la lava

Sulle pendici dell’Etna, lontano dalle rotte più scoperte e visitate, esiste un luogo che sembra emergere solo in certi momenti dell’anno, quasi seguendo un ritmo proprio. 

Le Favare di Santa Venera, conosciute anche come “Mangiasarde”, si trovano tra i territori di Maletto, Maniace e Bronte, sul versante nord-occidentale del vulcano. Qui il paesaggio cambia volto con le stagioni, ma è in primavera che si manifesta nella sua forma più completa: l’acqua affiora, scorre, si raccoglie in piccoli specchi e trasforma una valle apparentemente arida in un ambiente sorprendentemente vivo. 

Il nome stesso racconta una storia, forse legata ai pastori che sostavano in quest’area per consumare pasti semplici, ma il vero protagonista resta il rapporto tra acqua e roccia. Non si tratta di un luogo spettacolare nel senso più immediato del termine, ma di uno spazio che richiede attenzione, lentezza e capacità di osservazione. È proprio questa dimensione discreta a renderlo interessante per chi cerca qualcosa di diverso dal classico itinerario etneo.

Favare, sorgenti e memoria del territorio: tra geologia e presenza umana

Il termine “favara” deriva dall’arabo e indica un punto in cui l’acqua emerge dal sottosuolo. In questo caso, il fenomeno è legato alla struttura stessa del terreno: le antiche colate laviche, fratturate e permeabili, permettono all’acqua proveniente dallo scioglimento delle nevi di filtrare e riaffiorare. 

Il risultato è un sistema idrico temporaneo ma complesso, fatto di piccoli corsi d’acqua, rivoli, zone umide e brevi cascate. Accanto all’aspetto geologico, si intreccia quello umano. Il sentiero che attraversa l’area non è solo un percorso naturalistico, ma anche una traccia di vita passata. 

Resti di insediamenti rurali, segni dell’attività pastorale e testimonianze archeologiche che risalgono all’età del bronzo, fino alle influenze greche e bizantine, raccontano un territorio abitato e attraversato per secoli. Poco distante si trova anche il Lago Gurrida, che condivide lo stesso sistema di affioramento delle acque, diventando punto di riferimento per la fauna, in particolare per l’avifauna. 

Ancora più significativa è la presenza della cosiddetta Spirale Megalitica, una struttura antica che sembra collegata a pratiche rituali e che continua a essere oggetto di studio. In questo contesto, la natura non è mai separata dalla storia: ogni elemento rimanda a una stratificazione più ampia, fatta di adattamento, sopravvivenza e relazione con l’ambiente.

Un itinerario tra natura, cultura e paesaggi stagionali

Visitare le Favare di Santa Venera significa entrare in un ambiente che non è sempre uguale a sé stesso. La presenza dell’acqua varia, e con essa cambia l’intero assetto del paesaggio. In primavera, la valle si riempie di vegetazione, fioriture e suoni: il movimento dell’acqua, il richiamo degli uccelli, il vento tra le erbe. 

Nei mesi più secchi, invece, resta una traccia più silenziosa, fatta di rocce, terreno scuro e segni di ciò che è stato. Il percorso è accessibile e non particolarmente impegnativo, ma richiede attenzione e rispetto per un ecosistema delicato. La vicinanza con Maletto offre un ulteriore livello di lettura: un borgo che conserva tradizioni agricole e una forte identità locale, noto anche per la coltivazione delle fragole. Qui è possibile visitare il Museo Civico, che raccoglie reperti provenienti proprio da queste aree, contribuendo a completare l’esperienza. 

Le Favare non colpiscono per imponenza, ma per la capacità di mostrare come acqua, lava e presenza umana possano convivere e trasformarsi nel tempo, creando un paesaggio che sfugge alle definizioni più immediate.

Considerazioni finali

Le Favare di Santa Venera rappresentano un esempio concreto di come il paesaggio etneo non sia fatto solo di crateri e colate laviche spettacolari, ma anche di equilibri più sottili, spesso meno visibili ma altrettanto significativi. Qui l’acqua, elemento apparentemente secondario in un contesto vulcanico, diventa protagonista e ridisegna il territorio in modo silenzioso ma continuo.

Ciò che colpisce è la dimensione temporanea di questo ambiente. Non è un luogo statico, ma uno spazio che cambia, si trasforma e in alcuni momenti quasi scompare. Questo lo rende interessante per chi cerca un contatto più autentico con la natura, lontano da percorsi standardizzati. Allo stesso tempo, la presenza di tracce storiche e archeologiche aggiunge profondità, suggerendo che questo territorio è stato osservato, vissuto e interpretato già in epoche molto lontane.

Nel complesso, le Favare offrono un’esperienza che non si basa sull’impatto immediato, ma sulla capacità di leggere il paesaggio. È un luogo che invita a rallentare, a osservare e a cogliere dettagli che altrove passerebbero inosservati, restituendo un’immagine dell’Etna più complessa e meno prevedibile.

A cura di Elina Sindoni

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